Intervista con Andrea Maroè, il fondatore di “Superalberi”, un gruppo di arboricoltori che, utilizzando tecniche di tree climbing e adottando severi criteri
di sostenibilità ambientale, pota, cura e studia le piante monumentali. Ma promuove anche iniziative di
divulgazione naturalistica e cerca di introdurre la gente ai misteri dei giganti vegetali

di Roberto Mantovani (Montagne 360) – foto archivio Superalberi

1

Ai piedi di un albero monumentale, prima di iniziare il lavoro

Per me gli alberi sono prima passione e poi mestiere. La tecnica del treeclimbing, in fondo, è solo un mezzo: al primo posto c’è sempre e solo la pianta». Chi parla è Andrea Maroè, 49 anni, di Tarcento in provincia di Udine. I suoi titoli professionali lo indicano come agronomo, docente di arboricoltura ornamentale urbana, istruttore master di tree climbing e ispettore DPI 3a categoria Petzl. Ma Maroè è anche il team leader di Superalberi, un’azienda di giovani arboricoltori che (con comportamenti ecosostenibili e con tecniche di tree climbing) cura, pota, esegue perizie di stabilità, censisce gli alberi monumentali, si occupa di educazione ambientale, di documentazione e di divulgazione naturalistica.
«Ho cominciato a occuparmi degli alberi da ragazzino, nel vivaio di famiglia. – racconta Andrea – Crescendo, ho praticato l’arrampicata e la speleologia. Ed è stato unendo le due cose, la passione per le piante e l’attività sportiva, che ho cominciato il mestiere. A un certo momento ho pensato che, se volevo dedicarmi ai grandi alberi utilizzando attenzione nei confronti dell’ambiente, avrei dovuto evitare i mezzi meccanici. Al loro posto, avrei potuto utilizzare le tecniche di salita che già conoscevo e che avrei potuto applicare nel mio lavoro. È stato così che ho cominciato.»

Qualcuno, a quel tempo, parlava già di tree climbing?

«Macché. Però negli Stati Uniti qualcuno già lo praticava. Ad ogni modo in quegli anni le notizie circolavano poco, internet non esisteva ancora, di arboricoltura in giro si sapeva poco. In quel periodo partecipai, in Lombardia,a un corso di “arrampicata su albero”. L’istruttore era uno speleologo. Ci ritrovammo in 7-8 ragazzi, tutti capaci di arrampicare. Alla fine provammo a mettere assieme esperienze e conoscenze, e così nacque il cosiddetto “metodo italiano”, che era appunto costituito da tecniche derivate dalle manovre della speleologia e dell’arrampicata. Già allora, però, qualcuno parlava di un metodo americano da praticare con la doppia corda. Altri tempi: oggi di solito si insegnano entrambi i metodi, che possono comunque essere integrati l’uno con: quello a corda singola, che funziona benissimo per la risalita, e quello a doppia corda, che permette una maggior stabilità al tree climber durante il lavoro. Ad ogni modo, la cosa più importante, sugli alberi, è muoversi e lavorare in perfetta sicurezza. Da trent’anni io uso la corda singola, ma qualche volta faccio ricorso a quella doppia.»

Una scelta coraggiosa, la tua, direbbero in molti.

«Più che di una scelta, si è trattato di un percorso naturale, quasi ovvio. Mio padre gestiva un vivaio di piante ornamentali, e io sono cresciuto tra gli alberi. Avevo a disposizione un angolino tutto mio, dove facevo i miei esperimenti e le mie prove: innesti, riproduzioni, talee. Qualche volta sbagliavo, a volte ci azzeccavo; e comunque imparavo. Poi ho studiato, mi sono laureato in agraria, e ho continuato. Lavorando però a terra.»

E quand’è che hai cominciato a salire tra i rami?

«Quando una cliente mi chiese di fare qualcosa per un suo vecchio albero. Doveva proprio farlo abbattere? Qualcuno le aveva spiegato che era una piantaccia malata e senza speranze. Così sono corso a vederla. Altro che piantaccia: si trattava una sequoia. Telefonai a un’azienda specializzata. Arrivarono degli operai con camioncino e cestello che, nonostante le mie raccomandazioni, fecero un sacco danni, anziché curare la pianta. Oltretutto, in quel caso, il cestello e il peso del camion non migliorarono affatto la situazione, perché compattarono il terreno intorno al fusto. Insomma, dopo quell’esperienza capii che bisognava imboccare una strada diversa studiando, lavorando di fantasia,sperimentando.»

Proprio quello che stai facendo oggi con Superalberi.

«Sì, ma Superalberi è nato solo due anni fa, è uno spin-off dell’azienda precedente, Verde verticale, che avevo fondato nel 1994 con un amico che purtroppo oggi non è più con noi, Andrea Mocellini. Oggi siamo in sette, cinque uomini e due ragazze, e ci occupiamo di un sacco di cose, dall’educazione ambientale alla formazione degli arboricoltori, dalla divulgazione scientifica alla potatura dei grandi alberi. Due di noi, chi ti parlae Antonio Morini, responsabile dei corsi professionali, sono dei veterani dell’attività; gli altri sono tutti più giovani. Nella nostra azienda, ogni persona svolge un compito specifico, anche se tutti devono saper arrampicare, fare pratica e aver ottenuto il patentino. Nessuno escluso, anche chi ha avuto la delega per la comunicazione o per l’amministrazione. E comunque, ripeto, per tutti noi la tecnica del tree climbing è solo un mezzo per lavorare: la cosa fondamentale è sapersi relazionarsi con gli alberi.»

Dicevi di essere contrario a camion e cestelli.

«Del tutto. Abbiamo scelto di utilizzare biciclette a pedalata assistita. Con quelle trainiamo carrelli carichi di materiali e attrezzi che funzionano a energia pulita. Abbiamo scelto motoseghe a batteria, perché non facciamo abbattimenti, ma solo tagli selettivi: si accendono in un secondo e, per il nostro lavoro, un paio di ricariche sono sufficienti per un’intera mattinata. I nostri interventi sono ecosostenibili, per quanto riguarda le tecnologie impiegate; ecologici, nel rispetto totale dell’albero.»

2

Andrea Maroè, il team leader del gruppo

Da come continui a parlarne i grandi alberi devono possedere una capacità di attrazione di non poco conto.

«Infatti. Sono presenze affascinanti. Finché non li si conosce a fondo, non ci si rende conto di quanto i grandi alberi siano più forti di noi. Pensa che sono in grado di crearsi da soli il suolo in cui affondano le radici, di plasmare il clima locale e di produrre le condizioni idea- li per vivere. Inoltre hanno la capacità di viaggiare letteralmente nel tempo. Mai sentito parlare del Ginko biloba, ad esempio? È un albero antichissimo, le sue origini risalgono al Permiano, a 250 milioni di anni fa.»

Incredibile, davvero…

«Comunque l’albero che forse mi ha affascinato di più, nel corso degli anni, è stato il Pinus aristata, il bristleco- ne. Vive ad alta quota (l’ho incontrato a 3300 metri di altitudine), lontano dall’uomo, nelle White Mountains, in California. Non è molto alto – in genere arriva a 15, 18 metri – e ha l’aspetto di un grande bonsai. Hanno stabilito che Mathusalem, l’esemplare più vecchio, ha più di 4800 anni. Se penso che uno solo dei suoi rametti, il più giovane, po- teva avere, per dire, quarant’anni, e che io all’epoca ero un 35enne… C’è davve- ro da rimanere sconcertati. E poi, sulla corteccia di quei tronchi, se sei attento, riesci a leggere una lunga storia fatta di stagioni rigidissime, di neve, di giornate assolate, di fulmini: è come se ti trovassi di fronte a dei libri antichi.»

Dove lavorate, di solito?

«Un po’ in tutta Italia, anche al sud, ovunque ci siano alberi monumentali, nei giardini botanici… Prima di imbarcarmi nell’avventura di Superalberi, ho lavorato – e sono orgoglioso di averlo fatto – sul Castagno dei cento cavalli, nel bosco di Carpineto, in una zona tutelata dal Parco regionale dell’Etna, sul versante orientale del vulcano. Sto parlando di un albero con una circonferenza impressionante: 22 metri. Una volta aveva sette fusti, ora solo tre, che sembrano polloni nati dalla stessa ceppaia. Dicono che abbia circa 800 anni. Ma potrebbe essere molto più vecchio. Vent’anni fa gli facemmo l’esame del Dna, per capire se i tre fusti fossero uguali. Le analisi furono eseguite dall’Università di Udine, con cui collaboro tuttora. Il verdetto fu che i tre fusti sono molto simili, ma non del tutto. Ad ogni modo è possibile che siano nati dai semi della stessa pianta. Qualche tempo fa, in occasione di un convegno specialistico, un luminare della materia mi spiegò che in quel castagno potrebbero esserci delle cellule mutagene. E, data l’età dell’albero, il fatto che un ramo sia un pochino diverso dall’altro è una cosa normale. Insomma, se le cose stessero in quei termini, e se tutto fosse partito da un solo fusto, allora il castagno po- trebbe raggiungere i 3000 anni d’età, se non di più. Secondo alcuni botanici, si tratta dell’albero più antico d’Europa e il più grande d’Italia. Ovviamente è sta- to inserito nel patrimonio italiano dei monumenti verdi.»

3

Al lavoro su un albero monumentale

Insomma, dall’alboricoltura alla storia e persino all’archeologia degli alberi.

«In effetti, questo è uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro Gli alberi antichi per me sono dei monumenti: in Australia, ad esempio, sono rimasto im- pressionato dai kaùri (Agathis austra- lis). Sono altissimi, e vivono 1000, 2000 anni. Tempo fa hanno scoperto degli esemplari fossili che, con la tecnica del radiocarbonio, sono stati datati a oltre
45.000 anni fa. Oggi per fortuna sono protetti. Poi mi è capitato di incontrare le gigantesche sequoie americane…» Torniamo in Italia, però.
«Per me è impossibile non ricordare l’enorme Ficus macrophylla di piazza Marina a Palermo, un altro gigante, il ficus più grande d’Europa. È stato pian- tato nel 1863, nel giardino dedicato a Giuseppe Garibaldi, e lì evidentemente ha trovato un clima e un terreno adat- to per crescere a dismisura. Quando ci sono salito sopra, ho scoperto che ave- va già predisposto una seconda fila di ramificazioni da utilizzare nel caso in cui un evento atmosferico estremo gli danneggiasse chioma. Ma la cosa più incredibile è che si tratta di un albero che cammina.»

Che cammina?

«Proprio così. Fa scendere dall’alto delle radici aeree, delle grandi liane, che si piantano nel suolo, diventano simile a colonne e danno origine a nuovi fusti. Con il tempo, il ficus è stato capace di spostarsi di molti metri. Intendiamoci: tutti gli alberi, nel lungo periodo, si muovono, mettono nuovi rami, si spostano a cercare la luce, ma questo è davvero capace di camminare!»

Abbiamo cominciato la conversazione parlando di tree climbing, ma ci siamo spinti ben al di là della semplice tecnica dell’arboricoltura…

«Lo ripeto, per me gli alberi sono una passione. E poi la nostra attività comprende anche l’impegno legato alla diffusione della cultura e dell’educazione naturalistica. Non è sufficiente frequentare gli alberi per il proprio piacere, è importante anche trasmettere agli altri quello che si è riusciti a imparare (e con gli alberi non si finisce mai).»

4

Alcune delle sequoie americane

E allora facciamo un passo indietro. Cosa rappresentano, per te, gli alberi?

«Sono come la mia famiglia. Più conosco le grandi piante, più le apprezzo. Sono convinto che l’albero senta, perce- pisca, sia molto più sensibile di quanto possiamo supporre. Credo che l’albero arrivi persino a capire chi ha sopra di sé e che intenzione ha l’arboricoltore. Lo dico sia da un punto di vista tecnico-scientifico, sia da un punto di vista del tutto personale. La stessa cosa, per certi versi, capita all’uomo che lavora sull’albero.»
Mi viene da pensare che tu abbia tra- scorso più tempo sugli alberi che a terra
«Davvero. E mi è capitato di provare a lungo una sensazione curiosa. Percepivo il lavoro quotidiano sugli alberi come se l’esperienza mi “drogasse”. Detta così, la cosa sembra una stupidaggine colossale, eppure… Se ci pensi, tutti i giorni io e i miei compagni ci troviamo ad assorbire le essenze vegetali, ad aspirarne gli effluvi. Si tratta di chimica pura, avverti nettamente la reazione del tuo corpo. Curioso, no?»

Torniamo al team di Superalberi. A parte il socio che hai nominato, da dove provengono i ragazzi che lavorano con te?

«Dal liceo scientifico, da ragioneria, dalla facoltà di Lettere… c’è anche un agrotecnico. Una delle due ragazze va spesso ad arrampicare, ma è l’unica: gli altri hanno imparato a districarsi con corde e chincaglieria tecnica frequen- tando dei corsi specifici. Tieni conto che per imparare bene il mestiere ci vuole una manciata d’anni. »

Dove avete intenzione di arrivare, con Superalberi?

«Personalmente, il mio obiettivo è di avvicinare la gente agli alberi più grandi e più vecchi del mondo, magari con un programma graduale. Nel frattempo conto di migliorare ulteriormente il livello della squadra, e quindi di lavorare meglio sulla comunicazione. Anni fa collaborai con Piero Angela a un programma televisivo di divulgazione scientifica. Tutto molto interessante, ma Angela mi disse che purtroppo l’albero non è televisivo. Sulle prime pensai che avesse ragione. Poi ho scoperto che quel giudizio è vero solo in apparenza. Perché forse esiste anche un modo per raccontare, e vorrei riuscire a metterlo in pratica.»

5

Maroè con una parte dell’équipe di Superalberi. Foto R. Mantovani

Close
Go top